giovedì 31 marzo 2016

Recensione: DRIPPING SIN "Crimson Lies"
2016 - DIY




I thrasher calabresi DRIPPIN SIN, nati in quel di Soverato (Catanzaro), hanno le potenzialità e la padronanza strumentale per ottenere un proprio spazio nella scena underground italiana. Seppur agli inizi di carriera, i 4 ragazzi si dimostrano abili, resistenti, aggressivi, melodici al punto giusto, lucidi e quadrati quando si tratta di aumentare la velocità. Un impatto che tiene fede alle caratteristiche che il thrash metal richiede: comporre pezzi diretti e prepotenti, arricchiti con degli assoli che si adattano perfettamente al genere musicale in questione. "Crimson Lies" è il secondo EP, successore di "Sorceress of Evil" (2014). Tutto piuttosto positivo, ma se proprio devo fare un appunto, cercherei di migliorare la modulazione della voce, perché in alcuni momenti tende a perdere un po' il controllo. Giando Sestito, bassista/cantante del gruppo, dovrebbe solo tirare fuori la rabbia con maggiore enfasi e incisività. A parte questo mio consiglio, i margini di miglioramento sono evidenti. Mi auguro che il prossimo passo sia quello decisivo.

Contatti: facebook.com/DrippingSin 

SONGS: Wish (I was dead in my sleep), Bad News, Beerocracy, A.L.C. Till Death


mercoledì 30 marzo 2016

Recensione: CULT OF LUNA & JULIE CHRISTMAS "Mariner"
2016 - Indie Recordings




"Mariner" degli svedesi CULT OF LUNA è un album teatrale che sovraespone i sentimenti più vivi, un richiamo alla pura sensibilità. Ciascuna delle due parti è portatrice del proprio stato interiore: Sia la band di Umeå che l'ospite di riguardo coinvolta nel nuovo lavoro (JULIE CHRISTMAS dei Battle Of Mice e Made Out of Babies), puntano all'identificazione di un modello capace di entusiasmare. I sette musicisti hanno architettato dei brani fulminanti, adatti ad un pubblico che abbia voglia di assaporare le innumerevoli sensazioni che sono in grado di esternare. Colori, odori e risonanze essenziali alle potenzialità di un disco carico di contenuti magnetici. Qui la collaborazione ha un suo sviluppo, in un crescendo di melodie, distorsioni, ritmiche e parole che, iniziano ad elevarsi verso l'alto con le prime luci appese all'opener "A Greater Call". La catarsi si basa sulla collisione tra le frequenze benefiche della musica, la voce stridente della cantante di Brooklyn e l'ugola catramosa di Mr. Johannes Persson. Le rivelazioni si scatenano a passo lento e si dissolvono senza anomalie, e ciò non mi permette di fraintenderle. L'uso sapiente degli strumenti fa il resto, conferendo massima estensione a quest'opera di notevole spessore. "Mariner" si incanala su una via parallela all'interno del circuito musicale comunemente identificato come "post". Esperimento perfettamente riuscito.

Contatti: 

cultofluna.com
facebook.com/cultoflunamusic 
indierecordings.no 

TRACKLIST: A Greater Call, Chevron, The Wreck of S.S. Needle, Approaching Transition, Cygnus




domenica 27 marzo 2016

Recensione: GOD SYNDROME "Controverse"
2016 - Mazzar Records




Arrivano dalla Russia i GOD SYNDROME, e con questo primo full-length sono pronti a colpire per infliggere sofferenze indicibili. Per chi tra voi non conosce ancora il gruppo di Samara, comincio subito dicendo che ha esordito nel 2013 con un EP di cinque brani intitolato "Downfall Omen". L'attacco frontale di questi deathster può essere avvicinato a quello di diversi veicoli cingolati (Vader, Behemoth, Hypocrisy). Bisogna citare la creatura di Peter Tägtgren soprattutto per le vertiginose note melodiche aggiunte dai due chitarristi (bellissime "Dark Sand" e "Summon The Sun"). In quanto a violenza e tecnica, la compagine russa non ha da invidiare nulla ai più esperti colleghi del settore estremo. Le doti dei componenti sono evidenti. Gli ingranaggi in movimento si adattano perfettamente alle canzoni. La voce furente di Pavel Bamburov va a chiudere il cerchio e si afferma con prepotenza per elevare il messaggio malevolo delle scritture. "Controverse" si rivela essere un CD impetuoso, trascinante e atmosferico quanto basta, quindi è da tenere fermamente in considerazione.

Contatti:

godsyndrome.bandcamp.com 
facebook.com/godsyndrome

TRACKLIST: Intro, Purge, Clan, Five Acts of Deception, Dark Sand, Summon the Sun, The Last Option, Fire, Tormans, The Law of the Betrayed, Mercy, Hangman of Atlantis




sabato 26 marzo 2016

Recensione: CENDRA "Metal Punk"
2016 - Xtreem Music




Dave Rotten della Xtreem Music, o meglio conosciuto come il singer degli spagnoli Avulsed, è uno che ha fiuto per le giovani realtà che si nutrono d'ogni sorta di putridume; ecco perché ha pensato bene di mettere sotto contratto i catalani CENDRA, giunti al loro terzo disco (il secondo per la label succitata). Questi tre metallari, vogliono deviare da qualsiasi distrazione per seguire il sentiero funesto e sterrato già calcato da tanti dannati dediti al thrash/black metal, quello che attinge carburante dal serbatoio del punk d'annata. E' l'ennesima formazione europea che fa della sua proposta grezza e maleodorante il suo trademark. Da ciò si può capire come ancora oggi ci siano musicisti testardi e decisi a ripetere le gesta della vecchia scuola. Nella storia della musica estrema ci sono sempre stati i gruppi che hanno eretto le fondamenta, e altri che, come i Cendra, continuano a fare un lavoro discreto costruendo al di sopra di quelle strutture immuni da corrosione. Metal Punk Never Dies.

Contatti: 

cendra.bandcamp.com
facebook.com/cendra666
xtreemmusic.com 

TRACKLIST: Maniac Homicida, Boig Perdut, Sadic, Resurrecció, Tu-Pa-Tu-Pa!, Antisocial, Metal Punk, Lliuries, Rates, Anirem a l'Infern, Sense Objectius


venerdì 25 marzo 2016

Intervista: WHITE ZOO RECORDS - "UNA PASSIONE INTRAMONTABILE"




MOLTE PAROLE MERITANO DI ESSERE SPESE PER LA NOSTRANA WHITE ZOO RECORDS CHE, SEBBENE AI PIU' POSSA RISULTARE SCONOSCIUTA, E' UNA DELLE ETICHETTE INDIPENDENTI PIU' PROLIFICHE NELL'UNDERGROUND MUSICALE INTERNAZIONALE. IL SALENTINO SERGIO CHIARI, COLUI CHE LA GESTISCE, PRESTA ENORME ATTENZIONE ALLA QUALITA' DELLA MUSICA, E NON E' UN CASO SE TUTTE LE SUE PRODUZIONI RIESCONO ANCHE A VARCARE IL NOSTRO CONFINE PER AFFERMARSI PREPOTENTEMENTE SUL MERCATO ESTERO. I SUOI OBIETTIVI SONO BEN PRECISI E MIRATI, E VENGONO CONCRETIZZATI CON UN GRANDE SPIRITO DI SACRIFICIO. QUI LA PASSIONE VIENE MESSA IN PRATICA! QUESTO IL RESOCONTO DELLA NOSTRA LUNGA E APPROFONDITA CHIACCHIERATA. NON TRASCURATE LE SUE PAROLE.

1. Ciao Sergio, parlami un po’ di te e di come ti sei avvicinato al mondo della musica.

- Ciao Christian! Sono nato a Tricase nel secolo scorso, da una ragazza di facili costumi. Sono finito in orfanotrofio e successivamente destinato a una splendida coppia che mi ha allevato. In casa c’erano pochi dischi, per quello che ricordo il mio primo contatto musicale è stato una cassetta con incisa la fiaba di Barbablù. Era accompagnata da un commento musicale e riascoltavo ossessivamente uno stacchetto centrale, molto cupo, che drammatizzava la scoperta dei cadaveri nel racconto. Dopo aver consumato avidamente quanto offriva la casa fra 45 giri ed LP, ho cominciato ad ascoltare le prime cassette comprate nelle stazioni di servizio, e ad ascoltare quelle che ci doppiava un caro amico di famiglia, a farmi regalare qualche vinile e qualche CD che riversavo rigorosamente su cassetta già in tenera età, per poterlo ascoltare anche in auto. Pura merda basica per un bambino fortemente eclettico, da Ray Charles a Jerry Lee Lewis, da Renato Zero a Lucio Dalla, dall’Oscar Peterson Trio a Paul McCartney, dai Fleetwood Mac agli Iron Maiden, Europe, Jon Bon Jovi, Michael Jackson, Prince, George Michael, Led Zeppelin, AC/DC, Alice Cooper, Ozzy Osbourne… Successivamente le cassettine e i dischi di qualche amico più grande sono state altrettanto fondamentali: Dead Kennedys, Nurse With Wound, Coil... Roba che ti frigge il cervello a 14/15 anni... e i dischi che riuscivo a reperire da Pick Up in quel di Lecce e a Bari in quel di New Record: God Machine, Scorn, Terrorizer, Type O Negative, Pigface... Non ne ho mai avuto abbastanza...

2. So che hai maturato una cultura musicale molto ampia, ma quali pensi siano stati i generi che ti hanno maggiormente influenzato nella vita?

- Sono sempre stato molto vorace, e ancora oggi non smetto di appassionarmi a nuove scene e fenomeni musicali. Se dovessi individuare però un genere musicale che filosoficamente mi ha formato più di altri ti dico il punk. Il punto di non ritorno è stata una cassettina registrata mentre in radio, mi pare fosse Planet Rock, passavano un concerto dei Ramones al Rolling Stone di Milano. La riascoltavo continuamente, ogni mattina, con il mio walkman, mentre andavo a scuola, avevo 13 o 14 anni. Anche Claudio Sorge con la sua rubrica “Rumore” in radio e l’omonimo giornale sono stati un punto di riferimento nelle mie settimane di noia adolescenziale, registravo ogni puntata di quel programma. I Ramones dal vivo erano pura elettricità, possono stare ore i critici e gli amici a farsi le pippe sul fatto che già esisteva il garage dei sixties, su cosa li ha influenzati, che tutto era già stato fatto. Falso. Quei tronconi dritti ed elettrici di pseudo-canzoni non avevano nulla di sixties, di boogie, di blues, ma pura attitudine e elettricità dritta alla corteccia cerebrale, tanta libertà. Il punk e la sua filosofia nello specifico da allora non hanno mai smesso di influenzarmi. In quel momento ho capito che non importa cosa suoni e a cosa si ispiri ma quanto riesca a trascendere le tue influenze musicali e il tuo punto di partenza e suonare libero, oltraggioso, irriverente. A differenza poi di altri generi musicali il punk non sembrava offrire certezze e risposte, bensì domande, provocazioni, ti sputava in faccia la verità su alcune cose aprendo una sfilza di domande e mettendo tutto in discussione. È curioso, ma recentemente ho letto un’intervista a Jon Savage che sostiene esattamente la stessa cosa. Vorrei aggiungere però che i valori trasmessi dal punk rock originale sono universali e mai vecchi. Laddove pare essere stato assorbito mediaticamente nel corso degli anni qui in provincia continua a essere un mistero anche per chi pensa di saperne qualcosa a proposito. Provate pure ad andare in giro nel vostro paesello vestiti come si vestivano quei ragazzi allora, a suonare, a pensare come loro. Universale e sempre valido.

3. Come nasce l’esigenza di fondare un’etichetta indipendente? Perché il nome White Zoo Records?

- Da piccolo ero uno di quelli che oltre al nome dell’artista sul disco acquistato aveva un occhio di riguardo per il numero di catalogo e la label per la quale era uscito. Sognavo già di fondare una mia etichetta. Tutto questo si è concretizzato quando alcune delle band che mi piacevano e che seguivo avevano bisogno di qualcuno che gli pubblicasse un disco. In particolare le band della scena romana che si ispiravano al punk più oscuro e minore: i Transex, in cui cantava il mio amico Pierpaolo De Julis, i Giuda, i Silver Cocks e gli Steaknives. Pierpaolo me l’ha proposto e ho pensato che fosse ora. Il nome della label è un omaggio a David Bowie, una notte avevo sognato di ritrovarmi catapultato nella sequenza di “Cristiana F. – Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino”, quindi possiamo dire che è stato David Bowie a suggerirmelo mentre dormivo.



4. A quale tipo di pubblico si rivolge la tua etichetta?

- A chiunque. Per quanto si tratti in particolare di band punk, glam rock e affini, ho sempre cercato di produrre dei dischi che avessero un sound capace di raggiungere le orecchie di persone non necessariamente legate alla scena punk rock. Non sono difatti rari i casi in cui queste band sono riuscite a proporsi a un pubblico più trasversale e a ricevere da subito consensi positivi da parte di critici musicali, addetti ai lavori e veri e propri personaggi storici della storia del pop e del rock che con il punk come viene inteso oggi hanno ben poco a che fare.

5. In base a quali criteri scegli gli artisti da mettere sotto contratto? E’ stato difficile selezionare i gruppi da produrre? Immagino quanto oggi sia difficile selezionare una band su cui investire denaro, tempo e sacrifici...

- È molto importante per me che abbiano delle buone canzoni, è la base per la vera riuscita di qualunque progetto discografico, quello che ti garantisce che se quel disco non dovesse essere apprezzato da subito prima o poi qualcuno lo scoprirà, lo apprezzerà e lo comprerà. Nel mio caso, come ti dicevo, non è stato particolarmente difficile, il mio approccio alla produzione discografica è coadiuvato dalla mia passione musicale, sono un fan di tutte le band alle quali ho prodotto un disco. Sono quello che un tempo era un A&R o un talent scout nel suo significato più puro, un ruolo che nella maggior parte delle compagnie discografiche ha perso completamente di valore. Sull’investire tempo, denaro e sacrifici non posso darti torto, e non è mai scontato che anche dopo averlo fatto ci si guadagni in termini di prestigio, figuriamoci in termini economici, difatti la tua intervista è la prima da molto tempo a questa parte.

6. Quali sono gli artisti che ti hanno dato maggiore soddisfazione e visibilità? Se non erro i tanto chiacchierati Giuda sono stati tra i primi ad entrare a far parte del roster dell’etichetta.

- Lo sono stati, da subito. In effetti posso ammettere con eterna soddisfazione che il primo disco mai stampato ai Giuda è “Get It Over” con marchio White Zoo Records. Adesso la prima stampa di quel disco è piuttosto quotata. La versione in vinile (Dead Beat) e in CD (sempre White Zoo) di “Racey Roller” è uscita successivamente. Ero un grande fan dei Taxi, la loro band precedente, dove mescolavano il punk rock più oscuro alla NWOBHM più istintiva. Ho preso un treno da Lecce per andare a vederli in quel di Roma e quanto visto era la conferma di ciò che avevo ascoltato. Una band trasversale, che era destinata al successo. Mi dissi che semmai avessi aperto un’etichetta avrei voluto che fossero parte del roster, produrre un loro disco. Li ho spinti il più possibile e sono felice di averlo fatto. Ti racconto qualche aneddoto da produttore discografico in erba. Nel mondo della musica oggigiorno tutto si muove ancora più lentamente (non velocemente, come spesso si pensa, per via del digitale…), ma alcune cose sono rimaste più o meno uguali, devi spaccarti il culo e darti da fare. Non può che suscitare la mia ironia e al contempo il mio orgoglio vedere che adesso su certe riviste di settore particolarmente blasonate riportano la frase che Kim Fowley ben quattro anni fa mi scrisse durante una delle nostre numerose chiacchierate via chat: “Giuda is the new Gary Glitter! Glam rockers for the 21st century!”. Gli chiesi se avessi potuto utilizzare quelle parole a scopi promozionali, sapendo da buon figlio di puttana che qualche rivista importante qualche mese dopo l’avrebbe riportata. Ci sono voluti due lunghi anni, hahaha! L’ho incontrato successivamente a Madrid, un bel momento con un uomo che è stato una grande fonte di ispirazione per me, gli ho regalato una copia del disco dei Transex dove campeggio sulla front cover, travestito da donna, e mi ha autografato uno dei suoi dischi. “Sergio, U are the new me ! Enjoy!”, un bel passaggio di consegne, hahah. Ho spedito di mia spontanea volontà copie di “Racey Roller” a destra e a manca, al buon Kim, a Phil King (che adesso suona con i Jesus & Mary Chain e vestiva per l’occasione del concerto in quel di Ferrara una shirt della Giuda Horde), a Mojo, a chiunque potesse apprezzare ciò che già sapevo essere destinato a un grande successo. Quindi mi do una grande pacca sul culo complimentandomi con me stesso. Sarebbero arrivati comunque a fare grandi cose, l’ho sempre saputo che erano dei predestinati, ma l’idea di aver potuto contribuire a tanto successo mi riempie di soddisfazione. Lorenzo, Tenda, Danilo, Michele e Daniele hanno la mia stima incondizionata, sono amici e fratelli per me. Adesso bisogna lavorare sodo per riportarli alla casa madre perché nel frattempo sono diventati enormi, hahaha!

7. Anni fa ti sei trasferito a Madrid per poi ritornare a Lecce. Lo spostamento oltreconfine è avvenuto soprattutto per motivi professionali e musicali. Puoi parlarci di quella tua esperienza spagnola?

- La Spagna è da molti anni la mia seconda casa, sotto certi aspetti la prima, diciamolo pure. Mi ci sono trasferito per via di una borsa di studio della Warner affinché studiassi in una scuola privata. Inutile dire che la mia intenzione fosse quella di frequentare i bassifondi e gli ambienti più underground, cosa che ho fatto. Dalla scuola e dai corsi ho cercato di prelevare tutte le informazioni che mi interessavano per quanto riguarda il music business, per il resto ho bazzicato le strade e i concerti. Avevo già avuto un’esperienza universitaria in Spagna, ho vissuto a León, una città dove si gela, ma molto divertente. Che dire? Mi sento completamente a mio agio in Spagna. E poi è un popolo di festaioli e dalla mentalità aperta. E anch’io. Difatti in Spagna tutti pensavano fossi spagnolo, hehehe.



8. A Madrid sei entrato in contatto con musicisti e addetti ai lavori dell’ambiente musicale della città?

- Per via della scuola posso dirti di aver conosciuto svariati addetti ai lavori, tra cui consiglieri ed ex presidenti della Warner. Non è rimasto nulla di quello che pensavamo fosse l’industria discografica e sono i primi ad ammetterlo e a non avere scrupoli nel dirti come vanno le cose. L’industria discografica finanzia quelle porcate di talent show in televisione dai quali escono fuori “artisti” che cercano di spremere nel giro di pochi mesi dal loro lancio televisivo, gli A&R e i talent scout sono diventati invariabilmente una massa di ragazze e ragazzi carini che portano il caffè e si occupano dei banchetti ai concerti e di pubbliche relazioni, pagati una miseria anche loro. Non c’è spazio per persone come me al momento nell’industria discografica major, magari un domani potrei ricredermi dovesse cambiare qualcosa, ma in fin dei conti chi se ne fotte. Sono ovviamente entrato in contatto anche con molti musicisti locali e stranieri per via dei concerti, alcuni gig li ho organizzati io stesso. Un gruppo di ragazzini di Madrid che non avevano mai suonato o inciso una demo, ad esempio, i Teenage Mutant Trash, incontrati una sera per puro caso. Gli organizzai un concerto per la notte di Halloween, 160 persone in un posto che ne faceva 80 di capienza, tutti incastrati come il Tetris. Bella la Spagna. E poi ho avuto il piacere di lasciare tanti dischi come promo ad artisti che qui non avrei mai potuto incrociare, ad esempio Jerry A dei Poison Idea, che si è beccato gli LP di Silver Cocks e Steaknives, Ana Curra dei Paralisis Permanente, i Dictators... la lista sarebbe lunga...

9. Quanto è stato difficile riambientarti nella tua città natale (Lecce)? E quali i limiti da affrontare vivendo e lavorando nel profondo Sud dell'Italia?

- Per quanto le mie intenzioni fossero ottime e propositive fin dall’inizio è stato piuttosto difficile. Difficile organizzare concerti, il White Zoo Fest è rimasto un’esperienza isolata, sono già trascorsi due anni dalla prima edizione e non ce n’è stata ancora una seconda, difficile trovare spazi dove potersi esprimere con la musica che ami con una certa continuità. Quanto a Lecce, non ho molta voglia di parlare male di una città che amo e alla quale sono profondamente legato, ma l’ho trovata ancora più degradata, ignorante e decadente rispetto a quando l’avevo lasciata. Un vero peccato, considerando che ha un potenziale enorme. A tutt’oggi, 2016, in quel di Lecce non esiste un piccolo club di 150, 200 persone di capienza, dove poter vedere dei concerti di qualità che contemplano le più svariate subculture musicali giovanili. Devo aggiungere altro? Il quartiere dove ho vissuto la maggior parte della mia vita, il “Ferrovia”, era già un quartierino difficile, ma adesso è una specie di Bronx. Egoisticamente potrei dire, da una prospettiva “artistica”, che potrebbe essere un’inesauribile fonte di ispirazione, ma quando mancano gli spazi in cui esprimersi rimane solo il degrado. Molte delle migliori espressioni musicali sono nate e nascono in una situazione di instabilità, di decadenza e di degrado se esistono gli spazi in cui convogliare idee e progetti. Il mio ritorno qui mi ha confermato che la maggiore aspirazione di molti ragazzi è quella di diventare un tamarro con i soldi, come quelli che vedono in televisione, o scappare via per sempre se coltivano aspirazioni più grandi e più sane. Purtroppo negli ultimi anni hanno cercato di convincerci che il nostro folklore e le nostre radici fossero il massimo della vita, e riuscendo anche a venderle hanno convinto molte persone che è così. Ti ritrovi a vivere una situazione irreale, dove certi tic e modalità d’espressione “roots” sembrano essere diventati l’unica maniera “giusta” per esprimersi. Dove l’”alternativa” è sempre e comunque andare a mangiare e a bere qualcosa. Dove è rimasto un solo negozio di dischi in città e che Dio ce lo preservi. Dove i “compare mio” si sprecano anche nei pochi posti dove si dovrebbe fare tutt’altro. Da una parte deve esserci stata la convinzione da parte delle amministrazioni che si sono succedute nel corso degli anni che agevolare l’apertura di posti dove un certo tipo di musica potesse essere protagonista (e perché no, anche insonorizzarli e installare i doppi vetri al vicinato, come si fa in Spagna) e lasciarli lavorare avrebbe aumentato il bivacco, il consumo di droghe, che avrebbe messo in pericolo le nuove generazioni o infastidito qualcuno per la musica troppo alta. Risultato? La droga di pari passo con la noia circola che è un piacere anche nei pub della Lecce da bere, le nuove generazioni coltivano la subcultura del nulla, l’Università conta sempre meno iscritti per via degli alti costi, ma diciamoci la verità, anche perché la città non offre molto, le migliori teste in circolazione vivono una situazione di isolamento, di sconforto, tirano a campare o contemplano altri posti dove potersi trasferire. Ed è un peccato perché Lecce e provincia è piena di addetti ai lavori, gestori di locali, musicisti, dj che sono preparati e che hanno iniziativa, mi basta scorrere la mia rubrica telefonica per sapere che è così. Quando sento parlare di “Movida” a proposito dell’ambiente notturno leccese, avendo vissuto nel cuore della medesima (il termine “Movida” nasce in Spagna, a Madrid: un manipoli di artisti, musicisti, locali e addetti ai lavori grazie ai quali Madrid diventò uno dei posti più “in” d’Europa e del mondo) e sapendo che è strettamente legata a un certo tipo di espressioni artistiche, non posso non sorridere. Ma è un sorriso amaro, “compare mio”.

10. Oggigiorno, la produzione, promozione e fruizione della musica sono cambiate moltissimo rispetto agli anni '80/'90, ma sembra che nella dimensione della White Zoo Records si stia tornando ad una funzione più autentica, dove si tende a fare le cose alla vecchia maniera. Diversi i vinili da te prodotti...

- Diciamo che dopo sei anni di attività senza saperlo mi sono ritrovato gioco-forza a seguire la tendenza. Un tempo le label underground e persone come me erano il ponte fra le band poco conosciute e la distribuzione major. Da tempo non è più così, quindi siamo tornati a fare quello che facevano le label “DIY” sul finire degli anni ’70 e nei primi anni ’80. Con un’unica differenza, che allora i dischi vendevano sul serio. Adesso sembrano essere diventati, spiace dirlo, anche per molti artisti mera merce promozionale per poter suonare dal vivo, che è la vera fonte di guadagno. Si è tornati agli anni ’60, quando si smerciavano i dischi, in particolare i 45 giri, e i live. Internet offre una serie di potenzialità infinite in quanto a comunicazione e promozione, ma se poi quello che produci ha perso senso e valore per molti sedicenti appassionati di musica è difficile andare avanti. Del resto non saprei proprio fare altro, quindi perché crucciarsene? Il mio obiettivo non è mai stato farmi i milioni con questa musica. Come per il punk, è una questione di attitudine. Non sono un partigiano del vinile, anche se è un supporto che amo particolarmente e avrei comunque prodotto dischi in vinile. Semplicemente è il tipo di supporto più richiesto per chi segue queste sonorità, ma l’esperienza mi insegna che questo tipo di band, se ci credono, possono arrivare dove vogliono. Il CD di “Racey Roller” è stato ristampato per ben tre volte con il marchio White Zoo, per dire.



11. Ti senti di appartenere a un determinato genere o scena?

- Non proprio, il mondo è la mia ostrica e la musica la mia gelateria. Per quanto tu possa amare il cioccolato forse è ora che provi anche il pistacchio. Ogni qualvolta ho cercato di mischiarmi in una scena in particolare mi sono ritrovato a subirne tic e brutture. Preferisco dedicarmi solo alla musica, se è valida non importa il genere, se fa cagare meno ancora. Il punk originale mi ha insegnato questo, capire la necessità del cambiamento, il bruco che diventa farfalla. Non sono proprio il tipo che può ascoltare per 10 anni consecutivi solo crust e hc. Preferisco ascoltare il meglio di una scena, prendere tutto il buono, assimilarlo e passare avanti per poi ritornarci quando si producono nuovamente cose decenti.

12. Come vedi l’attuale stato di salute della musica underground italiana?

- In Italia non sono mai mancate le buone band e una buona musica underground, dal punk alla techno, dal metal al progressive rock, dalla disco alla musica industriale o qualunque altra cosa possa venire in mente. Anche oggi ci sono tantissime band e produttori validi. Quello che manca è che la maggior parte di questa musica, laddove non abbia un link diretto con qualcosa che ricordi la nostra tradizione cantautorale, difficilmente vive un’esposizione mediatica rilevante, ma deve sfruttare altri canali. Questo è un limite per quanto qualcuno possa dire che non gliene frega niente.

13. Cosa c’è da aspettarsi nel futuro dalla White Zoo Records?

- Anzitutto il booking, è molto importante per me a questo punto riuscire a garantire a band e dischi una circolazione maggiore, come ti dicevo prima è l’unico modo. Per quanto riguarda le nuove uscite, nell’immediato futuro l’LP d’esordio degli Alieni, una band romana fuori di testa, che canta in italiano, ma conoscendomi saprai che non sono esattamente dei cantautori, ahemmm. Sono fenomenali, un incrocio fra gli Aerobitch, i Poison Idea, il primo punk, certe suggestioni dell’hard rock italiano degli anni ’70 (in scaletta hanno “Confessione” dei Biglietto Per l’Inferno, ma la loro versione non è esattamente prog, hehe), una romanità viscerale (quindi in linea con quanto offerto da altri dischi da me prodotti). Da poco è uscito un singolo, “Toy Boy”, per Rave Up Records. Fantastici. Ho appena stampato il 7” d’esordio dei Bistouries, “Time To Have Fun”, band leccese fra power pop, punk ‘77 e jangle guitar pop, e sono veramente soddisfatto del risultato, ci tenevo molto considerando poi che proveniamo dallo stesso ambiente e fra mille difficoltà è venuto fuori un singolo bomba, prodotto da Danilo Silvestri, che è anche il produttore musicale dei Giuda e del 70% delle mie produzioni discografiche, una persona straordinaria. Ne sentirete parlare, grandissima band. Appena uscito anche il 7” dei Dr Boogie, una band di Los Angeles che mi ha contattato qualche mese fa, sono una band glam rock eccezionale, il cantante ha la voce di un giovane Rod Stewart, epoca Faces. Non posso far a meno di citare le mie due altre etichette, una più dedita a suoni elettronici, post-punk e minimal synth, Killed By Disco Records, e l’altra nata da poco, Ave Phoenix Records, con la quale mi occuperò soprattutto di ristampe, imminente quella dell’EP degli Scent Merci, band post-punk degli anni ’80 da Treviso, roba immarcescibile. Poi c’è il mio servizio di mailorder, Disconutshot, che mi tiene abbastanza occupato.

14. Elenca dieci dischi che hanno segnato la tua infanzia (senza badare al genere musicale) e dieci dischi contemporanei di cui non puoi fare a meno.

- Oh Gesù, è la domanda più difficile di tutte. Venti sono pochi. Te ne offro una buona selezione, dall’infanzia alla contemporaneità.

Michael Jackson – Bad
George Michael - Faith
Lucio Dalla – Best of
Fleetwood Mac – Tango in the night
Paul McCartney – All the Best
Simple Minds – Street fighting years
AC/DC – Who Made Who
Iron Maiden – No Prayer for the Dying
Rage Against The Machine - s/t
Raw Power – Screams from the Gutter
God Machine – Scenes from the second storey
Morbid Angel – Blessed are the sick
Carcass - Necroticism
Type O Negative – Slow, Deep and Hard
NIN – The Downward Spiral
Current 93 – Of Ruin or Some Blazing Starre…
Death In June – Walls Of Sacrifice
Killing Joke – Killing Joke
Soft Cell – Non Stop Erotic Cabaret
Cure – Pornography
Suede – Suede
Dead Kennedys – Fresh Fruits for Rotting Vegetables
Nurse With Wound – Rock’n’roll station
Joy Division – Unknown Pleasures
Paralisis Permanente – Grabaciones Completas
Blue Nile – Hats
Raveonettes – Raven In The Grave
Drums – Portamento
R.E.M. - Monster
Taxi – Yu Tolk Tu Mach
Primal Scream – Exterminator
Depeche Mode – Violator
Guns’n’Roses – Appetite for Destruction
Smashing Pumpkins – Mellon Collie…
Soundgarden – Badmotorfinger
Viet Cong – st
Cybotron – Clear
Green Velvet – Whatever
Black Lips – Los Valientes del Mundo Nuevo
Felix Da Housecat – Devin Dazzle…
Wicked Lady – The Axeman Cometh
Front 242 – Front By Front
Venom – Welcome to Hell
Iggy Pop – The Idiot
David Bowie – Station to Station
Lou Reed – Transformer
Turbonegro – Apocalypse Dudes
Davila 666 – st

15. Cinque film fondamentali?

- Solo cinque? Difficilissimo. Diciamo: “Arancia Meccanica” di Stanley Kubrick, “Nostra Signora dei Turchi” di Carmelo Bene, “Ritorno al Futuro” di Zemeckis, “Doom Generation” di Araki, “Violent Cop” di Takeshi Kitano... Ma dovrei aggiungerne altri 95.



16. Cosa puoi dirmi su tre colossi della musica internazionale scomparsi tra il 2015 e 2016: B.B. King, Ian Fraser Kilmister, David Bowie.

- B.B King è il nome che la mia generazione e innumerevoli altre associano al Blues in automatico. Forse non è il mio preferito (penso a Muddy Waters, ad esempio) ma uno dei miei preferiti, e di sicuro colui che ha portato questo genere alle masse il che non è necessariamente negativo, è lui the King of Blues, non solo per il suo stile chitarristico puro, incisivo, acuto e al contempo rotondo e inimitabile, attento ad estrapolare la massima espressione possibile su ogni singola nota (mi ricorda un po’ Miles Davis in questo senso), ma anche per essere stato un meraviglioso cantante. In pochi sottolineano, ancora oggi, questa sua dote.

Lemmy è stato cruciale. Senza questo signore niente punk, niente speed metal, niente hc, niente di niente. Ha vissuto la sua anfetaminica vita come voleva ed è proprio dei coraggiosi e la sua morte è stata simile alla sua vita, veloce, rapida e spero non troppo dolorosa. Non mi ha solo insegnato tanto sulla musica che amo ma ho apprezzato moltissimo la sua autobiografia, la sua convinzione di poter superare qualunque ostacolo della vita mi ha aperto il cuore, in questo senso il suo incrollabile ottimismo mi ha ricordato molto quello di mio padre, li invidio, io sono un’anima tormentata il più delle volte. Una figura paterna il buon Lemmy.

Che dire di zio David? Ho dato questo nome così speciale alla mia label... Uno dei più grandi artisti del ‘900 e oltre. La capacità camaleontica di calarsi e sentirsi a suo agio nei più svariati generi musicali è arcinota, ma il riuscire a trasformarli secondo la propria sensibilità e renderli qualcosa di nuovo e persino fruibile da parte delle masse, beh, è stupefacente...

17. Cosa vedi nel tuo futuro?

- I Bravata, band nella quale canto e suono la chitarra, insieme a Clara Romita (batteria), Annalisa Vetrugno (basso) e Francesco Cagnazzo (chitarra). Forse esordiremo quest’anno su White Zoo Records, notoria label leccese, non so se conosci... Ma dicono che Sergio è un tipo bizzarro...

18. Grazie per l'intervista.

- Grazie a te Christian e un abbraccio forte a tutti i lettori di Son Of Flies. Support underground webzines, bands & labels! Support the Son of Flies!


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giovedì 24 marzo 2016

Recensione: WALLS OF JERICHO "No One Can Save You from Yourself"
2016 - Napalm Records




Tutti coloro che sono degli appassionati del metalcore potranno scaldare i muscoli, perché gli americani WALLS OF JERICHO sono pronti a presentare un altro disco massiccio e resistente come l'acciaio inossidabile. Gli 8 anni di silenzio non hanno alterato l'attitudine e lo stile del gruppo di Detroit, e questo è già di per sé un risultato più che positivo. "No One Can Save You from Yourself" ci fa apprezzare nuovamente il carisma e la determinazione di Candace e soci, che si ostinano a rimanere fedeli alla propria musica e ai propri fan. D'altronde appoggiandosi a degli schemi inflessibili, non possono materializzarsi chissà quali stravolgimenti. I nuovi brani non si discostano da quanto prodotto in passato, ma, almeno per chi li ha sempre sostenuti, segnano un'ulteriore conferma del valore del loro operato. Le caratteristiche principali della band rimangono ben impresse nella mente. Ciò che conta è il sentimento che sta alla base di certe scelte prese in funzione di una lunga carriera artistica. Un nome, una garanzia!

Contatti: 

facebook.com/WallsofJericho 
twitter.com/wojofficial 

TRACKLIST: Intro, Illusion Of Safety, No One Can Save You From Yourself, Forever Militant, Fight The Good Fight, Cutbird, Relentless, Damage Done, Reign Supreme, Wrapped In Violence, Anthem, Beyond All Praise, Probably Will




mercoledì 23 marzo 2016

Recensione: ELEVATORS TO THE GRATEFUL SKY "Cape Yawn"
2016 - Hevisike Records




Vivere e suonare al Sud Italia non è impresa facile, perciò se si vuole raggiungere una sorta di soddisfazione personale bisogna credere in se stessi cercando di puntare sulla propria dose di caparbietà. Se poi si aggiungono delle buone e reali potenzialità strumentali, la scommessa può diventare meno complicata del solito. "Cape Yawn", il nuovo lavoro dei palermitani ELEVATORS TO THE GRATEFUL SKY, ci restituisce una formazione in forma e pronta a scatenare una battaglia per conquistare ciò che gli spetta di diritto. Non deludono dopo un disco ben fatto come "Cloud Eye", recensito nel 2014 sulle pagine di Son of Flies. I siciliani, infatti, si affidano alle migliori sonorità del passato, ricercando un sound il più "viscerale" possibile. "Ground", la prima traccia, fa subito capire cosa ci aspetta. L'adrenalina prende il sopravvento man mano che le songs avanzano. "Cape Yawn", oltre a essere un full-length elettrizzante, che trasuda emozioni roventi e selvagge, ha il pregio di riuscire a dare un forte scossone al circuito dello stoner italiano. Predomina la bella voce del frontman Sandro di Girolamo (autore dell'artwork di copertina), che fa da traino all'intensità del tappeto musicale su cui si sviluppa il mood del gruppo. Mi piace paragonarli ad un animale preistorico che non arresta la sua corsa. Gli Elevators To The Grateful Sky sono una band a tutti gli effetti, sincera come l'amicizia che lega i singoli membri. E' suggestiva la title track, arricchita nella parte finale con le vibranti note di un sax che ammalia e lascia il segno. Complimenti ragazzi.

Contatti: 

elevatorstothegratefulsky.bandcamp.com 
facebook.com/ElevatorstotheGratefulSky
hevisike.com 

SONGS: Ground, Bullet Words, All About Chemistry, Dreams Come Through, A Mal Tiempo Buena Cara, Kaiser Quartz, I Wheel, Mongerbino, Cape Yawn, We're Nothing at All, Laura (one for Mark Sandman), Mountain Ship, Unwind






martedì 22 marzo 2016

Recensione: BRAINDAMAGE "The Downfall"
2016 - My Kingdom Music




Francesco Palumbo, colui che dal 2002 gestisce la My Kingdom Music, ha dato alle stampe l'ultima fatica dei BRAINDAMAGE, gruppo piemontese che mancava dalle scene da sette anni. "The Downfall" è un disco di qualità: nervoso, ispirato, risoluto, e grazie alla sua carica propulsiva riesce a perforare la "spessa" crosta terrestre come un grosso meteorite in caduta libera. A lasciare il segno per tutti i 40 minuti (abbondanti) è un cyber thrash metal dai marcati contorni progressivi. Ascoltando i Braindamage mi sono tornati alla mente i Voivod, i Killing Joke e gli E-Force di Eric Forrest (Project: Failing Flesh, ex-Voivod...), tre giganti nel panorama della musica internazionale. Perciò, molte volte, i margini di paragone sono necessari per farvi capire meglio di cosa si sta parlando. Sebbene non sia il lavoro più rappresentativo della loro lunga carriera, ho avuto il piacere di approfondire un album suonato egregiamente, e soprattutto ben arrangiato, intriso di materiale efficace e coinvolgente. Tenete in considerazione che sono passati 24 anni dal debutto ("Signal de Revolta") prodotto dalle mani dorate del noto Steve Albini (Sonic Youth, Neurosis, Nirvana, Fugazi; tanto per citarne solo alcuni), e di esperienza ne hanno accumulata tanta. La nuova line-up suona ad alti livelli e con grande intensità. La prova elastica di Andrea Signorelli (voce, basso), l'impeto travolgente del batterista Cosimo De Nola, i riff dinamici e fantasiosi eseguiti con maestria da Gigi Giugno/Alex Mischinger, vanno a definire le sfaccettature variopinte che contribuiscono a valorizzare "The Downfall". In cabina di regia Ettore Rigotti. Un ritorno degno di nota dunque, e che avrà un suo posto sullo scaffale dei migliori dischi italiani del 2016.

Contatti:

facebook.com/Braindamageitaly
mykingdommusic.net/braindamage

TRACKLIST: Substituting Forgiveness with Mass Destruction, God Granted Your Prayers Through Nuclear Warheads, She Can Smell the Blood of a Surrendering Race, I Owe You a Billion Years of Terror, Subhuman's Towns Merciless Obliteration, Queen Acadienne's Floating Mirrors and Tarots, Last of the Kings First of the Slaves, The Shadow That I Cast Is Yours Not Mine, You Nailed My Soul I Burned Your Flesh, The Downfall Is Here to Stay I Shall Fight Until the End


sabato 19 marzo 2016

Recensione: OMMADON "s/t"
2016 - Burning World Rec./Roadburn Rec. | Dry Cough Rec. | Medusa Crush Rec.




Quello degli scozzesi OMMADON potete chiamarlo doom, drone o post metal, fatto sta che la sostanza rimane più o meno la stessa, anche perché ci si ritrova a subire un sound annichilente in cui il concetto di "perdizione" collassa in un'atmosfera plumbea e priva di ossigeno. "S/T" è eccessivo, distorto fino all'inverosimile, quindi strutturato per destabilizzare gli equilibri dell'ascoltatore. L'intero lavoro deve essere assimilato per quello che è, ossia un condensato di sofferenza che scuote la carne viva. Per il duo di Glasgow (Ewan Mackenzie e David Tobin), il tormento diventa un convulso processo di purificazione sotto forma di castigo. Le basse frequenze delle due lunghe tracce aprono una voragine che si s'ingurgita di lava densa e incandescente, pronta a riversarsi sui vostri crani. Sono validi, ma in generale questa lunga esperienza non ha nulla di veramente memorabile. Billy Anderson ha curato il mastering. Consigliato solo ai seguaci del genere.

Contatti:

ommadon.bandcamp.com
ommadon.blogspot.it
facebook.com/Ommadon

TRACKLIST: VI (Lato A), VI (Lato B)


venerdì 18 marzo 2016

Recensione: MORGUE "Doors Of No Return"
2016 - Basement Apes Industries | Trendkill Recordings | Fat Ass Records




I MORGUE (da non confondere con l'omonimo gruppo proveniente da Dijon) si affermano definitivamente come una delle formazioni più deliranti attive sul territorio francese. Sono passati 14 anni dal precedente "The Process to Define the Shape of Self-Loathing", ma il lungo periodo di tempo non ha scalfito la prestanza fisica di questi musicisti. Con "Doors Of No Return" ci mostrano la loro impetuosità bestiale fatta di riff folli ed esasperanti, e una sezione ritmica che sembra essere guidata da un'armata di entità maligne. La prova del singer rasenta l'isteria. Sebbene non ci siano stati cambiamenti rilevanti, la band ha irrobustito maggiormente la propria insana proposta aggiungendo delle ottime varianti. Il senso di imprevedibilità è assurdo. Le capacità compositive mettono in risalto il livello qualitativo delle canzoni, per niente scontate. Il comportamento dei Morgue è quanto mai perfido e brutale. Gli ospiti Will (Mutiilation) e Fred (Feral) danno man forte dietro al microfono. Procuratevelo se siete dei fan del grindcore-death/black metal tecnico e invasato. E' già candidato ad essere uno dei migliori dischi del 2016. Potete scegliere tra il digipack CD con copertina verde o il vinile con artwork viola.

Conttti:

morguecult.bandcamp.com
facebook.com/official.morgue

TRACKLIST: Transcend the Acheron, Polar Aftermath, That Which Does Not Live, House of the Departed, Down Syndrome, Roads to Gehenna, Walls of Dis, Hug and a Stab in the Back, Safe in Gods Care (Here In)






giovedì 17 marzo 2016

Recensione: PRIMITIVE MAN | SEA BASTARD "Split"
2016 - Dry Cough Records




Il sodalizio tra gli americani PRIMITIVE MAN e gli inglesi SEA BASTARD ha generato un mostro che striscia nei meandri profondi dell'essere. I due gruppi, devoti alle sonorità sludge/doom, continuano a fare ciò che hanno sempre fatto, ovvero comporre canzoni terrificanti e pregne di dolore. Un tunnel dal quale non si riesce a scorgere il benché minimo spiraglio di luce. La loro incessante fuga verso l'oscurità, il loro interno oscillare tra l'esigenza del bisogno e la voglia di esternare sensazioni negative, puntano a uno scopo ben preciso. Ascoltando lo split si potrà capire il perchè del malessere nell'esistenza dell'uomo. La dimensione in cui si colloca il dramma ha un suo volume. Mentre il peso di questo dramma è, al tempo stesso, esperienza di vita e, per i musicisti dei Primitive Man e Sea Bastard, paurosa rivelazione nonché causa di molteplici stati d'animo angosciosi. Tutto ciò è constatazione della dura verità. Il resto ha poca importanza. Si meritano sicuramente un posto di rispetto tra le migliori band attualmente in circolazione.

Contatti: 

primitivemandoom.bandcamp.com/split-w-sea-bastard 
facebook.com/primitivemandoom
seabastard.bandcamp.com
facebook.com/seabastarddoom
drycoughrecords.com

TRACKLIST:

PRIMITIVE MAN - Cold Resolve, Servant
SEA BASTARD - The Hermit




martedì 15 marzo 2016

Recensione: NEID "Atomoxetine"
2016 - Sliptrick Records




Da nove anni i NEID tengono alto il vessillo del grindcore, e sono certo che oggi sapranno prendersi le loro meritate soddisfazioni. "Atomoxetine" potrà concedere alla formazione di Viterbo la possibilità di reggere il passo della stragrande maggioranza della concorrenza (soprattutto quella militante in terra straniera). Basta poco per approvare l'efficacia di questi grinders. Le mie orecchie li conoscevano già, avendo approfondito solo il precedente album in studio "Il cuore della bestia" (2011) e L'EP di 5 tracce "Non repetere est hereditas" (targato 2012). I miglioramenti ottenuti in fase di composizione hanno aumentato il mio interesse. I Neid si esprimono senza nessun difetto compromettente. Devo ammettere di non aver rilevato passaggi poco interessanti, anzi! L'intero "Atomoxetine" ha veramente qualcosa da dire. La maggior parte delle idee si sviluppano in uno stile definito e avvincente, che è divenuto realtà dopo anni di dura gavetta. Nel disco sono stati coinvolti tre musicisti: Zilath Meklhum (Voltumna), Alessio Leocadia (Guineapig/SBS), il cantante americano Dave Dictor nella song "I Hate Work", cover dei suoi MDC (band hc/punk texana stabilitasi poi a San Francisco). In chiusura troverete "Breed To Breed" estrapolata dall'EP "Noise" dei Wormrot. Volete un consiglio? Cercate di appassionarvi ai gruppi estremi italiani, piuttosto che dei soliti nomi.

Contatti:

neid.bandcamp.com
facebook.com/neidhc

TRACKLIST: Continuous Use, Painting Death, The Failure, Virtual Shape, Saturated Child, Atomoxetine, New Threat, Vultures of Incorporation, Pay Independently, I Hate Work, Satisfy My Hunger, Restore the Judgement, Memory May Kill the Need, Breed to Breed


lunedì 14 marzo 2016

Recensione: WAH '77 "Bet On It"
Retro Vox Records




Veloci e insolenti, questi sono i WAH '77. L'EP di debutto contenente 7 brani non rinnega le origini punk/hardcore e si consuma in pochi minuti. I ragazzi di Parma hanno una sola priorità: Far divertire l'ascoltatore. La loro principale dote è quella di spingere a tavoletta per sollevare un po' di polvere. Come si può ben immaginare, le tracce si manifestano con le medesime caratteristiche, e mettono in luce, se ce ne fosse bisogno, quella vena ignorante (nel senso buono del termine) importante per tutti coloro che vogliono pogare fino all'ultima nota. "Bet On It" è frutto di una mentalità stradaiola semplice e verace. Stampato su cassetta e CD dalla Retro Vox Records. Se siete interessati fatevi sotto. Il 16 Luglio si esibiranno insieme a T.S.O.L. e Raw Power al "Distruggi la Bassa Fest" di Ferrara.

Contatti:

retrovoxrecords.bandcamp.com/wah-77-bet-on-it
facebook.com/wah77punk

TRACKLIST: Nastt Boyz, Violence, A.D.A.M., 6025, Panic Room, Carona, Wild




domenica 13 marzo 2016

Recensione: REPRESSIONE "Fuoco"
2016 - DIY Conspiracy




In Italia sono tanti i musicisti che trovano la strada all'interno della scena hardcore/punk, ma pochissimi decidono di incatenarsi alla migliore tradizione che si rispetti (tanto per intenderci). I REPRESSIONE, nati a inizio 2015, non hanno nulla da spartire con le nuove leve dell'hardcore modernista perché il loro incedere, la loro marcia sono prorompenti come una guerriglia urbana, cinica e spietata. Si sa che chi crede in certi valori è spesso esposto anche sulle strade. La passione dei ragazzi di Bologna batte incessantemente al ritmo dell'attacco. Ma come si manifesta il blocco inciso su nastro? Esplode con furore per far emergere il groove che cementa le strutture di "Fuoco". La violenza esercitata dai 10 brani è sempre ben determinata e mirata. Non esiste pentimento nelle parole dei testi "rabbiosi" scritti in italiano e interpretati dalla voce sgraziata di Pavel. Tutti hanno il diritto di protestare e i Repressione non si tirano di certo indietro. Ben fatta "Spero Venga La Guerra", cover dei Wretched. Il debutto "effettivo" è potente, grezzo e genuino. La fierezza della vecchia scuola è viva. Sarà disponibile su tape. Di seguito un link per scaricarlo gratuitamente.

Contatti:  

facebook.com/Repressione
mediafire.com/download/Repressione_Fuoco.zip 

TRACKLIST: 1.3.1.2., In Costante Conflitto, Ferocemente, Senza Chiedere Permesso, Contrasto – Mai Più Senza Fucile, Fuoco... cammina con me, La Pioggia, Contro ogni galera, Vetri Infranti, Spero Venga La Guerra (cover dei Wretched)


venerdì 11 marzo 2016

Recensione: SEMPRE PEGGIO "s/t"
2016 - DIY




SEMPRE PEGGIO: Due parole che oggi riecheggiano spesso nella nostra mente ed è proprio nella coscienza che si dovrebbe cercare di fare un po' di pulizia per ritrovare quel senso di speranza ormai depredato dal potere corrotto e manipolatore. L'LP omonimo di debutto è il grido liberatorio dei musicisti di Milano che, nella musica OI trovano il giusto sfogo per sbandierare quella frustrazione e quella rabbia che si sono accumulate in tutti gli anni di militanza. Il sound guerrigliero dei Sempre Peggio dà voce a chi è sempre pronto a scendere in strada per difendere a pugni chiusi la dignità, e a quanti contrastano la repressione verso chi lotta per i diritti sociali. Fin dalla fine degli anni '70 - inizi '80, generi come lo street punk (chiamato anche OI!) e l'HC mirano alla protesta e naturalmente a ribellarsi ai modelli mainstream (qualunque sia) presenti nella società. I nostri cacciano gli artigli e riversano il loro sudore sulle implicazione politiche del profitto. Solo chi crede con fermezza nel concetto di "autoproduzione" (ideale punto di incontro tra cultura del fare e natura del progetto) potrà rispecchiarsi in un album come questo. La presa di posizione "animata" del gruppo in cui militano membri ed ex-componenti di Death Before Work, Skruigners, Komplott, Gradinata Nord, RFT... viene sorretta dall'azione, dalla consapevolezza, e nella madrelingua italiana trova il propellente per dare calci in culo a quelli che fanno finta di non vedere o sentire. Avanti così. FIERI E RIBELLI!

Contatti:

semprepeggio.bandcamp.com
facebook.com/semprepeggio1312

TRACKLIST: Vincenzo, Digos, Al bar di Gola, Giornalista, Come fate?, Quartiere, Dentro te (Wretched)






giovedì 10 marzo 2016

Recensione: G.A.S "Demoralisasi Penguasa Bangsa"
2016 - DIY




Ciò che mi colpisce di più degli indonesiani G.A.S è l'impetuosità della loro giovinezza. Il quartetto, nelle cui fila troviamo due ragazzi e due ragazze (una delle quali è impegnata dietro al microfono), si cimenta in un grindcore/death metal che si serve di alcune chiare influenze europee, e a tal proposito si potrebbe pensare ai primi album dei Napalm Death. E' ovvio che i G.A.S non potranno mai essere paragonati ai loro paladini e non ci sarebbe nemmeno bisogno di sottolinearlo in sede di recensione. Chiarite le doverose premesse, va detto che i 4 novellini si impegnano con passione per suonare al meglio il genere che più gli piace. Anche se peccano un po' di inesperienza, si meritano un applauso perché sanno già come far girare le idee che hanno in testa. Perciò non avrebbe senso cercare di stroncarli. Pur constatando i limiti iniziali e la mancanza di originalità, si destreggiano bene in questo stile agguerrito. Una nota positiva anche per la buona produzione del debutto "Demoralisasi Penguasa Bangsa". Ora serve tanta costanza, sacrificio e pazienza. La strada da percorrere è ancora lunga e faticosa. Comunque sia, li supporto con vero piacere. Le potenzialità per migliorare non mancano.

Contatti: facebook.com/GAS-178

SONGS: Peradilan Sesat, Ode Pecundang, Negeri Para Serigala, Absurditas Makna, Disosiatif Identitas, Media Setengah Telanjang, Obscured by Fundamentalis, Degradasi Moral Bangsa, Reformasi Palsu

mercoledì 9 marzo 2016

Intervista: TORCILESS - "LA SCHIETTEZZA AL DI SOPRA DI TUTTO"






I TORCILESS SONO UN NUOVO GRUPPO MESSO IN PIEDI DA GUX, COLA E IL CAPRO, TRE MILITANTI DELL'UNDERGROUND NAZIONALE. CHIUNQUE DI VOI CONOSCA GIA' REALTA' QUALI NINELEVEN, BUFFALO GRILLZ, NOIZER, NO MORE LIES, UN QUARTO MORTO, DIORRHEA, URANICA, MONTANA... POTRA' FARSI UN'IDEA PIU' PRECISA SUL PASSATO E PRESENTE DI QUESTI GRINDERS NOSTRANI. QUI DI SEGUITO IL RESOCONTO DELLA NOSTRA CHIACCHIERATA.

1. Ciao ragazzi. Da dove nasce il desiderio di mettere in piedi il vostro progetto denominato Torciless?

- Ciao e benvenuti nella dimensione dei Torciless. Non avevamo in mente nulla fino a quando non ci siamo incontrati nella provincia di Latina a casa di Gux (HighWatHertzStudio) per i festeggiamenti della notte di San Silvestro del 2015. Avevamo a disposizione una batteria, una chitarra, un basso e 4 microfoni per riprendere tutto anziché stare li a scoppiettare i botti. Perciò abbiamo pensato bene di suonare qualcosa.

2. Quali erano le vostre esigenze principali nel momento in cui vi siete incontrati per comporre i primi brani? Tutto nasce dall'amicizia che in qualche modo vi lega?

- Beh conoscendoci dal 2005/2006 non abbiamo avuto dubbi sul genere da suonare. Ci siamo guardati un attimo e ci siamo detti: stanotte si fanno i "BOTTI DI CAPODANNO".

3. Come si è svolto il processo compositivo dell'EP di debutto "We Just Want To Grind"? Immagino non sia stato semplice visto che provenite da differenti posizioni geografiche.

- Per quanto riguarda la stesura di questa demo è andata piu o meno cosi: tutto al momento. Il Capro suonava da solo delle basi di batteria, senza vincoli, e successivamente noi abbiamo arrangiato tutto il resto. Insomma l'esatto contrario di come si fa di solito.

4. Qual è stata la difficoltà maggiore da affrontare durante le sessioni di registrazione?

- Calcolando che era la notte di San Silvestro e il primo dell'anno, la maggiore difficolta è stata affrontare il cenone, il pranzo e l'alccol che ci ha accompagnato per quei due giorni di puro divertimento.

5. Le vostre canzoni hanno delle marcate influenze anni '90. Cosa vi ha spinto a rimanere fedeli alla vecchia scuola? In qualche modo, ripudiate le attuali tendenze "moderniste" riversate nella musica estrema?

- Sicuramente siamo affezionati ai mitici anni '90 e la cosa che ci ha spinto a rimanere fedeli alla "vecchia scuola" è perché noi tre facciamo un po' parte di essa. Ma strizziamo l'occhiolino anche ai nuovi progetti che nascono ogni giorno. Ci sono tante band valide in giro per il mondo che promettono bene e meritano molta attenzione. Per tutto il resto c'è Grindcard. Non amiamo il perfezionismo maniacale dei giorni nostri e sulla demo lo potete sentire a pelle. Ci piaceva dare questa sensazione un po' live che trasudasse le bestemmie, tutto l'alcool e il sudore di quella nottata!!!

6. Per voi quanto è importante il significato di "autoproduzione"?

- Moltissimo. Le produzioni DIY sono il senso della musica underground. Registrare e produrre da soli un disco o una demo ti fa capire quanto sacrificio, costanza e impegno ci sta dietro.

7. Perché utilizzate i cosiddetti testi "no sense"? Per una precisa scelta personale oppure per dare spazio solo alla musica? A cosa allude il nome Torciless?

- Mah è un piccolo esperimento iniziato quando Gux militava alla voce nei Noizer. Lui continua a portare avanti questa linea. Non abbiamo più nulla da dire a rigurado (nella stesura di testi nel genere grind)!!! Il nome della band nasce come protesta perché in quella notte di San Silvestro doveva esserci con noi anche il nostro grande amico TORCI, che salutiamo affettuosamente. Lui è il chitarra dei Muculords e Mannaia. Purtroppo ci diede buca all'ultimo minuto, e cosi in onore della sua assenza decidemmo di chiamaci TORCILESS.

8. Quali sono (e se ci sono) i pro e i contro di far parte dell'attuale scena metal italiana?

- La scena italiana è molto attiva e ci sono molte band che meriterebbero di suonare anche in situazioni migliori. La cosa che la rovina, come rovina tutto il resto in Italia, è che se non si hanno le conoscenze non ti caga nessuno. Una cosa la vogliamo dire a gran voce NON PAGATE MAI PER SUONARE.

9. Riuscirete a suonare dal vivo?

- Intanto noi speriamo di fare presto un'altra sessione di registrazioni, e poi si vedra per il resto. Comunque crediamo di si, magari un tour in Spagna in questa prossima estate.

10. Grazie per l'intervista!

- Ringraziamo Son of Flies per il supporto che ci sta dando in questi primi giorni di vita dei Torciless e tutti i seguaci della webzine. Un saluto va a tutti i nostri amici che ci conoscono/supportano da sempre.

Gux & TORCILESS.


CONTATTI:

soundcloud.com/highwathertzstudio/we-just-want-to-grind-by-torciless 
facebook.com/TORCILESS


TORCILESS line-up:

Il Capro - Batteria
Gux - Basso, Voce
Cola - Chitarra


RECENSIONE: 
TORCILESS "We Just Want To Grind" 2016 - DIY


martedì 8 marzo 2016

Recensione: ROTTEN SOUND "Abuse To Suffer"
2016 - Season of Mist




La matrice compositiva dei finlandesi ROTTEN SOUND rimane la medesima di sempre. Forti di una invidiabile esperienza accumulata in ventitrè anni di militanza sulle scene, premono al massimo della potenza dopo i primi secondi dell'opener ("Lazy Asses"), esplodendo come una bomba a fusione termonucleare incontrollata. La band guidata dal cantante Keijo Niinimaa si mantiene stabile tra le compagini più devastanti attive nel panorama grindcore. Non penso di essere solo io a dirlo. Musicalmente parlando, c'è chi li osanna come i migliori in circolazione in Europa. L'intensità del nuovo album messo in commercio dalla Season of Mist non fa dubitare sulla veridicità delle mie affermazioni. Il sound gestito dai quattro innesca una turbinosa onda d'urto capace di diffonde notevoli quantità di energia acida e radioattività, in modo analogo a quanto accaduto con i precedenti dischi in studio ("Abuse to Suffer" è il settimo full-length). Sono proprio le pregevoli doti tecniche e i magistrali arrangiamenti a renderli molto più pericolosi di prima. La cosa che colpisce è l'identità che i Rotten Sound mostrano di possedere ancora una volta, in un lavoro "inappuntabile" in cui tutto si fa più ricercato, pur rimanendo furioso. Nulla da eccepire sulla maestria dei singoli componenti, ancora una volta implacabili nello sfruttare le proprie doti. "Abuse To Suffer" è stato in grado di soddisfare appieno le mie personali aspettative, anche in quei vari momenti cadenzati che si alternano a passaggi mid tempo. In una sola parola: Inumani! Disponibile dal 18 Marzo.

Contatti: 

rottensound.bandcamp.com 
rottensound.com
facebook.com/RottenSoundOfficial

SONGS: Lazy Asses, Intellect, Fear of Shadows, Trashmonger, Crooked, Time for the Fix, Slave to the Rats, Brainwashed, Cannon Fodder, Yellow Pain, Machine, The Clerk, Caged, Retaliation, Inhumane Treatment, Extortion and Blackmail






lunedì 7 marzo 2016

Intervista: GADGET - "I NUOVI DISTRUTTORI"






I GADGET RITORNANO A PICCHIARE DURO A DISTANZA DI 10 ANNI DAL PRECEDENTE "THE FUNERAL MARCH". IL GRUPPO SVEDESE PUBBLICA "THE GREAT DESTROYER" ED E' PRONTO A RIPRENDERE LA MARCIA INTERROTTA NEL 2006. HA RISPOSTO ALLE MIE DOMANDE IL CHITARRISTA RIKARD OLSSON.

1. Ciao Rikard. Piacere di conoscerti. Per iniziare volevo sapere cosa ha causato il lungo periodo di inattività dei Gadget. Siete stati impegnati con altri progetti?

- Nella vita ci sono tanti impegni da affrontare. Mi sono allontanato da Gävle (la nostra città natale) molto tempo fa. Ed è così che smettemmo di provare e di incontrarci regolarmente. William decise di andare a vivere in Inghilterra per un anno. Inoltre, dopo l'album "The Funeral March", William non si occupò più della composizione dei brani e lasciò tutto il lavoro a me e Fredrik, perciò dovettimo intensificare la manovra per portare a termine l'album. I tempi si sono allungati per questi motivi. Ovviamente siamo stati impegnati in altri gruppi. William aveva (e penso abbia tuttóra) un progetto denominato STUKA PARTY, un duo grindcore con basso/batteria. Hanno pubblicato un album su Hammerheart pochi anni fa. Fredrik era impegnato con il suo gruppo hardcore, mentre io sono stato attivo in almeno 4-5 band differenti. I DISKONTO tanto per citarne uno. Con loro suono dal 2003.

2. "The Great Destroyer" è intenso, tecnico e massacrante, come tutte le vostre precedenti releases. Quanto di questa intensità deriva dal vivere in quel di Gävle?

- Non lo so. Gävle è la tipica città svedese di medie dimensioni che non offre nulla di particolare, qui non c'è molto da fare. Emerge un sacco di frustrazione e molta gente può avere comportamenti autodistruttivi. Si parla spesso di un "Gävle sound" ma non so cosa dire a tal proposito. Probabilmente avremmo suonato allo stesso modo in qualsiasi altra città. Ho vissuto a Stoccolma per 6 anni e la maggior parte delle canzoni sono state scritte seguendo la stessa linea.

3. Per quanto tempo avete provato le nuove canzoni prima di entrare in studio di registrazione?

- Ci siamo focalizzati maggiormente su alcune songs visto che erano state scritte molto tempo fa, prima di andar via da Gävle. La maggior parte di esse le abbiamo terminate dopo un paio di prove. Due sole sessioni di pre-produzione hanno anticipato l'entrata in studio di registrazione.

4. Come è stato incidere "The Great Destroyer"?

- Ha richiesto del tempo, ma tutto è andato liscio. Le diverse sessioni con batteria, chitarra, basso, voce e mix/master sono state eseguite in periodi differenti durante quasi un anno e mezzo. Siamo super-entusiasti dei risultati ottenuti. Credo sia stata la registrazione più facile che abbiamo fatto finora. Sembra troppo bello per essere vero... hahaha!

5. I Gadget sono una delle migliori band del movimento grindcore svedese. Come ci si sente ad essere considerati una realtà fondamentale in questo genere estremo?

- Ci lusinga, naturalmente... Ma nello stesso tempo ci risulta strano perché non sono state molte le volte in cui ho sentito dire che eravamo migliori di altri gruppi. We're the typical swedes who thinks that we don't really deserve it, haha.

6. Musicalmente parlando, che tipo di persone pensi possano ispirare i Gadget del 2016?

- Che tipo di persone? Non lo so. Probabilmente i più giovani. La gente ha bisogno di un modo per esprimersi. E cosa c'è di meglio che iniziare con una band, o fare arte di qualsiasi tipo?

7. Che cosa vi rende diversi da altri gruppi impegnati nel vostro stesso genere musicale?

- Credo il nostro modo di mescolare diversi generi musicali.

8. Qual è la tua opinione sull'attuale condizione della musica estrema?

- C'è ancora una mentalità devota al DIY nella scena grindcore, però il music business è sicuramente diverso da quello di dieci anni fa, e molto distante da quello di quindici anni fa. Certo, una band come la nostra, che suona questo stile, non "soffre" più di tanto se si parla di vendite. Ora, quando si pubblicano nuovi album si deve in ogni caso puntare sui pre-ordini, sulle edizioni limitate dei vinili colorati, "bisogna" essere presenti sui social networks e si deve lavorare sodo per promuovere il proprio nome, a meno che non sei la band del momento. Alla fine, penso che quando si tratta di uscire allo scoperto con un nuovo disco non è molto importante stamparlo su supporto fisico. Affermo ciò nonostante io sia un sostenitore del vinile. Lo streaming e il download funzionano altrettanto bene perché lo scopo finale è quello di suonare dal vivo il più possibile.

9. Secondo il tuo punto di vista, c'è un dissenso abbastanza ampio nella società attuale, oppure pensi che la maggior parte della gente è ancora troppo passiva nei confronti di ciò che accade?

- Everything is turning for the worse. And silent are the watchers.


CONTATTI: 

relapse.com/gadget 
facebook.com/GadgetGrindcore


GADGET line-up:

Emil - Voce
Fredrik - Basso
Rikard - Chitarra
William - Batteria


RECENSIONE:
GADGET "The Great Destroyer" 2016 - Relapse Records


domenica 6 marzo 2016

Recensione: ATRAMENT "Eternal Downfall"
2016 - Argento Records | Broken Limbs Records | Sentient Ruin Laboratories




Dopo aver dato ulteriore visibilità ai doomsters italiani Grime, la label Argento Records in collaborazione con Broken Limbs Recordings, decide di pubblicare una nuova release che, emerge da altri territori estremi. Mi trovo di fronte ai californiani ATRAMENT, band proveniente da Oakland e artefice di un velenoso album d-beat che si ingrossa spesso prendendo linfa dal vecchio punk/hardcore e dalla scuola death metal anni novanta. I membri (ed ex-membri) di Black September, Vastum, Moral Void, Necrot, Abstracter, sono dei veri e propri assassini seriali perché utilizzano i loro strumenti per colpire a morte chiunque si presti all'ascolto di "Eternal Downfall". Sto parlando di undici brani diretti e sanguinari che si insinuano sotto pelle dopo pochi ascolti. Riff dinamici, una sezione ritmica insistente e un singer spietato che vomita le peggiori atrocità. Per gli Atrament ciò che conta è la consistenza del muro di suono. I 4 musicisti del progetto se ne fregano altamente di tutto (e probabilmente di tutti) e con il debutto su LP 12" dimostrano di che pasta sono fatti. La produzione è stata affidata a Greg Wilkinson (Pallbearer, Graves At Sea, Saviours), il mastering a Brad Boatright (Nails, Obituary...). La versione limitata su tape è disponibile via Sentient Ruin Laboratories.

Contatti:

atrament.bandcamp.com
facebook.com/blackatrament
argentorecords.com
brokenlimbsrecordings.net 
sentientruin.com

TRACKLIST: No Beyondm, Sunken Reign, Aberration, Consumed, Hericide, Wretched Apparation, Rotting Twilight, Aeon of Suffering, World of Ash, Circle of Wolves, Dusk Abuse


venerdì 4 marzo 2016

Recensione: TORCILESS "We Just Want To Grind"
2016 - DIY




La nostra Nazione porta in grembo nuovi progetti musicali, e tra quelli più risoluti ho avuto il piacere di ascoltare e approfondire i grinders TORCILESS, gruppo affiatato che sa dare vigore alla buona sostanza e alla concretezza riportata in musica. Tutto ciò assume maggiore valore se si fa attenzione alla certificazione della rispettiva line-up: Gux (basso, voce) proveniente da Roma, il Capro (batteria), Cola (chitarra) da Fano. Tre amici/musicisti che oltre ad essere esperti in materia possono anche vantare un presente (e un passato) nei vari Nineleven, No More Lies, Go To Run, Buffalo Grillz, Guilty Convicted, Tsubo, Noizer, Diorrhea, Un quarto morto, Muculords, Morke, SuperFun Breakfast, Shotgun Redeemer, Coconute Fudge, inMannaia, Montana, Uranica... Giusto per far capire di chi stiamo parlando. La proposta del trio non porta nessuna innovazione (per scelta!) e avanza con l'unico scopo di far male. I Torciless possono nuocere gravemente alla salute. La produzione cruda vuole riappropriarsi dell'essenza vera della migliore tradizione old school. In fin dei conti loro stessi affermano: "We Just Want To Grind". Come dargli torto? Cinque canzoni prevalentemente suonate a ritmi bestiali. Il tutto farcito con dei testi "no sense", come lo è stato per i Noizer (formazione in cui ha militato Gux). Un EP efferato che ha il merito di contrastare i trend del momento. Anticonvenzionali fino al midollo. Per pochi ma non per tutti. Avanti così.

Contatti: 

soundcloud.com/highwathertzstudio/we-just-want-to-grind-by-torciless 
facebook.com/TORCILESS

SONGS: Torciless, Death Metal Not Dead, Fuckettone, Bataclan Generation, Un verme nel cervello.


mercoledì 2 marzo 2016

Recensione: HARLEY FLANAGAN "Cro-Mags"
2016 - Mvd




Tirando in ballo il sempre controverso HARLEY FLANAGAN si potrebbe dire: "Il lupo perde il pelo ma non il vizio"! Il musicista rabbioso, fondatore e bassista degli storici Cro-Mags, ritorna con la bava alla bocca e fiero del suo nuovo album solista (sperando che questa volta il coltello vero lo tenga fermo in tasca). Ebbene sì, solo uno come lui poteva intitolarlo "Cro-Mags". Orgoglio o spavalderia? Conoscendo il personaggio, non credo si faccia alcun problema a scendere in strada per ostentare la sicurezza di sè. La verità è che il lavoro è onesto e aderente alle intenzioni che porta nei contenuti. In fin dei conti il bastardo sa come far funzionare certe note. Ferocia, ignoranza e sporcizia vengono messe al primo posto. I 12 brani ci vengono sputati contro con lo stesso spirito che infiammava l'hardcore dei bei tempi andati, quindi se siete rimasti dei cultori del genere potrete sicuramente apprezzare. Se invece non siete predisposti ad affrontare la durezza e la linearità di tali sonorità, dovete lasciar perdere. A me "Cro-Mags" non dispiace.

Contatti: 

harleyflanagan.com 
facebook.com/Harley-Flanagan 

TRACKLIST: I Come In Peace, Can't Give It, Betrayal, Webster Hall, Guilty Until Proven Innocent, To All My Friends, Mess With The Bull, Don't Tell Me, I'll Fuck You Up, Figthing The Urge To Kill, Ascending, Trust No Ome